Come si cambia

Un articolo di qualche giorno fa comparso sull'Huffington Post titolava così "4 ways living abroad change you ... Forever".


http://www.huffingtonpost.com/russell-v-j-ward/the-4-ways-living-abroad-changes-you-forever_b_6414222.html?utm_hp_ref=tw

Ho mollato quello che stavo facendo (l'ennesima lavatrice), l'ho letto e poi mi sono soffermata a riflettere, cosa di cui, a tratti, sono ancora capace. Vivere per diversi anni, ormai quasi dieci, all'estero mi ha davvero cambiata ? 
Credo di si.

Nonostante l'abito sia sempre lo stesso, jeans e All-star ormai usurate dai chilometri, la mia testa non è più quella di una volta, complice forse un inevitabile invecchiamento cerebrale, ma anche il fatto che io l'estero lo abbia "sposato" in tutti i sensi.
Più indipendente, spavalda e organizzata, nonostante la mia perenne permanenza "sopra le nuvole", ho imparato a contare su me stessa, sia da giovane donna spensierata che da mamma, e ad affrontare situazioni delicate con decisione rischiando, spesso, anche l'errore come, per esempio, quando mi sono messa alla ricerca di un parrucchiere affidabile a Taipei :-)
E ho fatto scelte di vita nell'arco di una notte.

Ho conosciuto, affrontato e superato la solitudine quando piombi in un luogo che non conosci, ma soprattutto dove non conosci quasi nessuno e con quei pochi che conosci non riesci a comunicare. 
Il silenzio di un telefono che non squilla e di un campanello che non suona. Poi la difficoltà quando ricominciano a squillare e nuove amicizie si affacciano alla porta, facce e lingue diverse, con le quali non sai se impegnarti oppure scrollartele di dosso subito prima che ti affezioni perché, si sa, che tanto, prima o poi, le dovrai abbandonare.

Un senso di dissociazione perenne per il quale, da un lato, vorresti fermarti, dall'altro hai sete di vedere posti nuovi, di ricominciare tutto da capo, di perdere di nuovo qualsiasi riferimento. Un guardaroba ridotto all'essenziale così, se giungesse l'ora di rimpacchettare, sei sicura di farci stare dentro tutto in quelle due valigie color melanzana che ti accompagnano da sempre nei trasferimenti fra una città e l'altra.
Un cocktail di lingue diverse per cui non ne parli più una in maniera decente, nemmeno quella madre che usi raramente oppure per parlare di Peppa Pig e di dinosauri con i tuoi figli.
Il bilinguismo di Montreal sta veramente, a mio parere, massacrando parecchi dei miei neuroni, portandomi a dire una serie infinita di stupidate involontarie come dal gelataio a cui ho recentemente chiesto "deux cons" (due idioti) quando se cone ha un significato pertinente in inglese, certo non ce l'ha in francese.

Ed una sola certezza, quella di non poter rientrare in Italia, ed il senso di colpa che la accompagna perché al mio paese così disastrato sono legata. Involontariamente, mi ha fornito non solo lo stimolo ad andarmene ma anche tutti gli strumenti per sopravvivere fuori casa e quel passaporto che, grazie al cielo, ancora affascina gli stranieri.
Tornerei se potessi cambiare le cose ma so che invece di poterlo fare, ripiomberei 
in quell'italianità che, a piccole dosi, è anche piacevole ma che alla lunga stanca.
Il posto perfetto non esiste. Ma la mia, la nostra, condizione di viaggiatori privilegiati ci consente, nei nostri frequenti spostamenti, e dalla nostra perenne posizione di outsiders, di assaggiare tanti gusti diversi senza mai annoiarci sempre con lo stesso. Di avvicinarci, con estrema facilità, a mondi e mentalità anche molto distanti dalla nostra da cui, bene o male, impariamo sempre qualcosa. Per esempio ormai bevo acqua calda d'inverno come fanno a Taiwan.

Insomma di strada ne ho fatta da quando, adolescente, venivo rintuzzata da Lady Ariberth perché restia, quando all'estero, a dire una parola o ad avventurarmi da sola in qualche posto anche solo dal tabaccaio inglese a comprare le cartoline. 
Solo le All-star, quelle, sono sempre le stesse.






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