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Tel Aviv. Il mio amore trasandato

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La prima volta in cui ho messo i piedi a Tel Aviv risale ormai ad una ventina di anni fa. A quei tempi bazzicavo di più Haifa, la sorella più seria e composta, in bilico fra il mare e il monte Carmel.
La famiglia del coniuge viveva lì da sempre in un bellissimo appartamento con finestre grandi e luminose sul verde dei pini marittimi.

Mia cognata, allora studentessa universitaria, mi descriveva Tel Aviv con lo stesso entusiasmo con cui io ancora parlo della mia New York, una città frizzante e dinamica dove tutto poteva succedere.
Diciamo che per una teenager di Haifa, città che peraltro amo, anche Novara probabilmente avrebbe potuto avere un suo fascino.
Tuttavia quando, dopo un'ora scarsa di auto, sono finalmente arrivata nella città conosciuta anche come White City, l'ho trovata di primo acchito davvero poco white ma soprattutto brutta, sporca e incasinata.
Mi aggiravo per le strade chiedendomi cosa avrei potuto fotografare. Il mio sguardo da italiana ed europea, abituata a canoni…

Shabbat shalom

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Per anni questa cosa del fine settimana anticipato l'ho trovata scomoda e ridicola. Quando poi ho lavorato con degli Israeliani dall'Italia il fatto che mi chiamassero di domenica mi mandava in bestia.
Adesso che viviamo qui, i miei figli vanno a scuola normalmente dal lunedì al venerdì e quindi ce li ho sul gobbo la domenica quando, invece, il coniuge va in ufficio. 
In compenso il venerdì, e questo dovrebbe essere il plus, avremmo a disposizione metà giornata tutta per noi, senza figli tra i piedi, ma uno risponde a chiamate di lavoro dal resto del mondo che il venerdì invece lavora, e l'altra partecipa a riunioni che la scuola organizza proprio quel giorno lì.
Ci ritroviamo tutti e quattro insieme solo il sabato o shabbat come si dice da queste parti.

Per gli ebrei osservanti, Shabbat, che in ebraico significa "riposo" o "astensione", non è il giorno dello shopping, del cinema e della pizza ma piuttosto quello in cui, secondo le sacre scritture, Dio si è…

Mesegavir

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Tre settimane di temporali e vento che hanno messo in ginocchio un paese pronto, però, in caso di attacco nucleare, hanno lasciato di nuovo posto a cielo blu e sole. Del resto mia suocera me lo aveva ripetuto più volte : In Israele l'inverno dura dal 1 al 31 gennaio.
Non l'ho mai presa seriamente anche perché quando me lo diceva, era quasi Natale, avevamo 25 gradi ed io giravo ancora in infradito. Poi ho sempre avuto l’impressione che per gli Israeliani il concetto di inverno fosse più legato all’accorciarsi delle giornate piuttosto che a un drastico calo della temperatura. Già a fine settembre, quando viene buio presto ma sei ancora in costume da bagno, li senti lamentarsi che winter is here. E già.
Ad ottobre se ne autoconvincono combinando shorts con Moonboot o sciarpe solo per dimostrare che, in fondo, anche da loro arriva l'inverno.
A novembre comincia a fare freschino ma solo in casa perché tendenzialmente sono restii ad utilizzare qualsiasi forma di isolamento, un po'…

Nuovo anno, nuova vita ... ma anche no !

Il nuovo anno per me è iniziato ufficialmente mercoledì, giorno di riapertura della scuola. Alle 7.28 ho fatto il conto alla rovescia all'arrivo dello schoolbus, quando le porte si sono chiuse e l'autista ha pigiato sull'acceleratore, ho stappato una bottiglia di champagne, sparato i fuochi e fatto il trenino con i passanti vicino alla fermata.

In barba ai festeggiamenti canonici spesso obbligati, a quei "allora tu cosa fai per Capodanno?" che di solito implica che se non fai nulla sei uno sfigato, ai cenoni con le lenticchie fredde in attesa che le lancette si inseguano fino alla mezzanotte, ai fuochi d'artificio in diretta dal mondo intero, noi abbiamo lasciato Milano, qualche giorno prima di congedarci dal 2017, per rientrare nell'unico paese al mondo in cui del capodanno non gliene frega nulla a nessuno. E così io il 31 dicembre alle ore 22.10 già ronfavo sul divano.

In Israele, infatti, ufficialmente, e da settembre, si è entrati nel 5778, altro che Bl…

Diamoci un taglio

Tanto inchiostro, anzi più che altro polpastrellate sono spesso spese nello sottolineare le problematiche delle mogli expat, dal disorientamento alla depressione passando per la nostalgia, il senso di annullamento, la tensione e, a volte, il divorzio tout court.
Non si parla mai, però, di un problema molto più grande da risolvere e che si ripresenta puntuale ad ogni nuovo cambio di destinazione : la scelta del parrucchiere. Per anni seconda in lista dopo quella del pediatra, domina la classifica ora che i bambini sono più grandi ed io meno ansiosa.
E francamente, guardandomi in giro, credo che non si tratti solo di un mio problema. Le colleghe expat le riconosci proprio dall'assenza prolungata di una forbice e di una tinta. Quelle che arrivano con un taglio corto, come la sottoscritta, tempo qualche mese si aggirano con in testa una specie di "mocio"  spesso costretto in mollettine, fasce e congegni vari, quelle invece che portano il capello lungo, hanno code di cavallo lu…

Welcome to Israel. L'approdo

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Francamente è la prima volta in cui non so davvero da dove cominciare a dipanare quella matassa di eventi in cui sono rimasta ingarbugliata da quando ho lasciato Shanghai.
Il passaggio Cina-Israele è stato a dire poco frastornante e per la prima volta in vita mia sono in pieno cultural shock proprio nell'unico posto, fra i tanti che ho girato, a me più familiare.
Sarà che sono anche approdata all'aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv dopo un'ultima settimana a Shanghai di beata solitudine.
Spediti in anticipo figli e coniuge in Israele, sono rimasta ben volentieri ostaggio della Cina che, per lo sbrigo di una serie di menate burocratiche legate alla nostra partenza, mi ha sequestrato il passaporto per qualche giorno.
Una congiuntura astrale favorevole combinata alla mia grande scaltrezza hanno fatto si che il coniuge non avesse altra scelta che aderire al mio piano di approdo ritardato in Israele.
Quelli a Shanghai da sola sono stati giorni di silenzio, pace, passeggi…