Un jour de différence





Un jour de différence dans toute une existence, canta uno dei miei motivetti preferiti del momento. Un giorno diverso può fare la differenza. C'est quelquefois beaucoup.

Venerdì è stato un giorno così. Sin dal mattino quando Iduzzo ha portato Ming all'asilo, Tommaso sembrava stare bene per una volta ed io sono, così, scappata di casa per un'oretta per dedicarmi alla mia passeggiata fino alla vicina Greene Avenue, acquistare la Montreal Gazette che, il venerdì, ha un bell'inserto sul cinema con recensioni di tutti i film che non riuscirò mai a vedere, ed una rivista a piacere, in inglese o in francese, con tanti articoli interessanti che non riuscirò mai a leggere. Ma verrà sicuramente posizionata sulla libreria in soggiorno per fare un po' di colore.
E poi, il top, il mio vanilla latte da Starbucks seduta al banco davanti alla vetrina per guardare un po' il via vai. 
Questo è come, lo chiamerebbero qui, il mio friday combo (combination) quando tutto va come deve andare. Di solito un paio di volte al mese.

Ma venerdì scorso c'è stato uno special combo che ha incluso anche una seconda visita alla mia parrucchiera filippina, la sexy Igaia, in quel di Little Manila.
Take all the time you need mi ha detto Iduzzo ed io l'ho preso alla lettera. Cinque ore dal parrucchiere per tagliare la chioma e coprire qualche capello bianco di troppo. Ma intorno a me uno spettacolo d'arte varia che ne è valso ogni minuto.

Fuggita dalla "cage dorée" di Maple Lane dove la vita scorre tranquilla, ho fatto un tuffo nella città vera dove s'incrociano anche brutti ceffi. Poche messe in piega e giacche firmate ma tanto movimento, negozietti di cianfrusaglie, ristoranti etnici, puzze e anche qualche graffito. 

In questa zona della città, conosciuta come Cote de Neiges e ribattezzata da me Little Manila, in realtà, oltre ad una presenza significativa di filippini, ci sono anche loro, i pinguini e consorti, ossia tanti ebrei ortodossi.


E infatti, venerdì pomeriggio, a farmi compagnia dal parrucchiere, c'erano un rabbino, cinque o sei adolescenti filippini che si facevano pettinare nei modi più assurdi ed una donna indiana per un taglio e piega delle sopracciglia. Insomma un gran casino. Cinque ore di un cicaleccio di sottofondo in tagalog (si pronuncia tagàlo), la lingua filippina, con repentini passaggi al francese e all'inglese. Gente che entrava e che usciva nella vana speranza che Igaia potesse occuparsi anche di loro. Ma no. Era tutta concentrata sulla sottoscritta che, a quanto pare, non deve essere un tipo di cliente abituale perché, verso sera, un gruppo di comari che, evidentemente, non aveva un tubo da fare, si è seduto intorno a me solo per guardare : They want to watch what I'm doing. They like it, mi ha detto Igaia. 

E così ogni tanto dallo starnazzamento coglievo un "very nice", "like it". Persino da quel povero ragazzo, a cui rinnovo le mie scuse, che aveva avuto la malaugurata idea di prendere appuntamento dopo di me e che era ormai in attesa da tre ore. Don't worry, don't worry, it's ok continuava a ripetermi quasi fossi io al suo posto.


Ed io, con un occhio al cellulare dove ogni tanto comparivano messaggi di Iduzzo "ancora lì?, finito?, faccio i bagni?, preparo la cena?" perché quel "take all the time you need" di solito scade passate le due ore, confesso di essermi particolarmente goduta tutte quelle attenzioni un po' come quando ero a Taipei.

Un jour de différence.


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