Prima(o poi)vera



Dell'esilio ci sono cose che, ogni tanto, mi pesano. Credo che sia normale anche se poi, davanti ad altre storie e ad altre persone, dovrei solo darmi un bel calcione tacere e tirare avanti.
Sicuramente una delle cose che, invece, non mi convinceranno mai a gettare la spugna e a tornare a casa è l'opportunità che ogni posto dove ho vissuto mi ha offerto di cambiare prospettiva, di vedere le cose in modo diverso e di impararne di nuove. 

Prendiamo il tempo, in senso metereologico, che qui è una componente essenziale dell'esistenza quotidiana. Io, la giornata di lunedì 7 aprile, non me la dimenticherò mai. La sensazione di benessere, di gioia e di felicità che quegli 11 gradi hanno regalato a me e a tutti i miei attuali concittadini è difficilmente descrivibile.
Lunedi 7 aprile l'atmosfera  in città era surreale. Sembrava che gente in letargo per quattro mesi si fosse finalmente risvegliata. Via stivali da neve, show pants, berretti e guanti. C'era persino chi aveva tolto le calze, chi solo la giacca, chi aveva denaftalinato pantaloni primaverili di colori sgargianti.
Alcuni caffè e ristoranti avevano anche osato mettere dei tavolini fuori. Per strada ci si scambiava sorrisi con lo stesso sollievo di sopravvissuti ad una tempesta.

Un cambiamento repentino perché, solo il giorno prima, eravamo di nuovo nella neve, fuori città, a impiastricciarci con le tire d'érable, una specie di ceretta, in una delle tante cabanne a sucre dove si producono, per l'appunto, tutti i derivati dalla linfa d'acero.
Ignari che, di li a poco la primavera avrebbe finalmente dato un bel calcione all'inverno e certo con estrema calma avrebbe preso in mano il bastone del comando.
Quando ho detto a Ming di mettersi la giacca più leggera, mi ha guardato sconcertato. Ma come mamma ? No quella rossa ? No snowpants ? No, Mat, oggi fa caldo.
A Milano undici gradi passano inosservati, a Taipei fa freddo, qui è estate. 




Lunedì sette aprile sarà anche ricordato per un altro calcione. Quello che il partito liberale ha tirato, a livello provinciale, al parti quebecois, separatista, razzista e, fondamentalmente scassa maroni. Quello secondo cui ici on parle français e la cui leader politica è stata così scaltra d'aver rifiutato di pronunciare, durante la campagna elettorale, anche un solo mot in inglese. Per fortuna il vento è cambiato e i chebecoti si sono resi conto che il bilinguismo è una ricchezza culturale ed economica che va preservato e coltivato. La convivenza di due culture diverse, in questo caso non così diverse, è un bene prezioso. O per lo meno così è nel mio microcosmo familiare.



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