Mesegavir



Passeggiata in infradito a febbraio
Tre settimane di temporali e vento che hanno messo in ginocchio un paese pronto, però, in caso di attacco nucleare, hanno lasciato di nuovo posto a cielo blu e sole.
Del resto mia suocera me lo aveva ripetuto più volte : In Israele l'inverno dura dal 1 al 31 gennaio.
Non l'ho mai presa seriamente anche perché quando me lo diceva, era quasi Natale, avevamo 25 gradi ed io giravo ancora in infradito.
Poi ho sempre avuto l’impressione che per gli Israeliani il concetto di inverno fosse più legato all’accorciarsi delle giornate piuttosto che a un drastico calo della temperatura. Già a fine settembre, quando viene buio presto ma sei ancora in costume da bagno, li senti lamentarsi che winter is here. E già.
Ad ottobre se ne autoconvincono combinando shorts con Moonboot o sciarpe solo per dimostrare che, in fondo, anche da loro arriva l'inverno.
A novembre comincia a fare freschino ma solo in casa perché tendenzialmente sono restii ad utilizzare qualsiasi forma di isolamento, un po' per mantenerle fresche d'estate un po', ma anche più di un po', per risparmiare.
Giri quindi con il maglione in cucina ma poi esci in maniche corte.
Insomma il tuo corpo si abitua ad un clima decisamente comunque mite e la mente cancella l'inverno ma soprattutto ti sembra impossibile essere sopravvissuta a posti dove invece era esattamente l'opposto.

In fondo il viaggio degli ultimi dieci anni è stata anche e soprattutto un’avventura climatica con sbalzi di temperature notevoli, stagioni capovolte, sandali e stivali da neve.
Partita da Milano dove, più o meno, esiste ancora l’alternarsi di quattro distinte stagioni, sono approdata nel clima umidiccio tropicale di Taiwan dove l’aria è sempre tiepida ma piove costantemente. Mi sono sempre chiesta come facessero le ragazze ad avere i capelli così luminosi e lisci quando i miei si arricciavano stile Medusa non appena scesa dall’aereo. 
Riposte giacche pesanti negli scaffali alti dell’armadio, mi ero invece dotata di una serie di articoli d’abbigliamento proprio per resistere a tifoni e scrosci d’acqua improvvisi. Fra tutti i miei preferiti erano un paio di ballerine di gomma ed una mantellina grigia da infilare in borsa per le emergenze.
Il giorno di Natale del 2012, quando Tommaso aveva solo pochi giorni, mangiavamo un tacchino ordinato apposta per fare un po’ di atmosfera, di fianco un gigante abete di plastica quando fuori la gente girava in maglietta fra una palma e l’altra.

A Montreal siamo scesi di almeno una ventina di gradi. 
I primi giorni, allarmantissima, ho trascinato i bambini a comprare l’abbigliamento adatto per la neisce (neve) come dicono i chebecoti nel loro francese sui generis.
Ho ascoltato, ma soprattutto cercato di capire, per mezz’ora i consigli di una zelante commessa che mi ha spiegato la differenza fra prima neisce, insomma le prime spruzzate, e la neisce vera e propria, convincendomi a comprare giacche, pantaloni e calze adatte ad entrambe. Poi ho scoperto che a ottobre può improvvisamente scoppiare l’estate indiana e quindi avere delle temperature decisamente calde per la stagione. La neisce, però, arriva comunque e, dopo qualche giorno di uao/chemeraviglia/cosiromantico/sembraunfilm, scattano le maledizioni. Per sei mesi passi il tuo tempo ad infilarti in legging termici, pantaloni, calzettoni di lana, stivali imbottiti e continui comunque ad avere freddo. 

L’incubo di vestire i bambini prima di andare a scuola, quando ancora lo school bus era una lontanissima prospettiva, è una cosa che, come il parto, difficilmente dimenticherò. Quel - mamma mi scappa la pipì - che arrivava puntuale non appena infilati i guanti a cui seguiva un mio inutile - non è possibile/tienila, ce la puoi fare - per poi inevitabilmente svestirli di nuovo e correre in bagno. 
Una volta fuori di casa e ficcati i nani in macchina, mi toccavano dieci minuti di 
rimozione dello spesso strato di neve dal cofano e dal tetto della nostra macchina oversize. Un’operazione che spesso terminava con la neve che precipitava nell’intercapedine fra il collo e la sciarpa o nelle maniche regalandomi brevi ma intensi brividi di freddo.


Quando finalmente, verso metà aprile, la temperatura raggiungeva lo zero, ricordo la meravigliosa sensazione di disgelo del corpo ai primi raggi di sole finalmente caldo. I bambini festeggiavano felici la fine dell’inverno buttandosi nel fango e nella pappa della neve sciolta come se si trattasse di un prato verde fiorito. Reagivo con commozione ai primi germogli sugli alberi ed esultavo quando improvvisamente, nel giro di una giornata, tutto era finalmente tornato a fiorire.

Se a Montreal, a scuola, i bambini uscivano a giocare anche con temperature decisamente al di sotto dello zero, a New York, anche con una manciata di gradi, non se ne parlava nemmeno. Tutti dentro.

L'inverno nella Big Apple mi era sembrato una passeggiata rispetto a quanto subito in Canada per due anni successivi fino a quando è arrivata un po' di neve e ho rimpianto molto l'organizzazione dei cugini del nord. 
La prima volta è successo durante la famosa Discovery Trip, quando siamo stati a New York una settimana per cercare casa ed è ovviamente arrivata una tempesta di neve. Mi sono trovata spesso bloccata con il passeggino fra mucchi di neve spalati a caso dai doorman dei palazzi oppure scaricata con i bambini fuori dai taxi dentro nella pappa della neve sciolta dai motori delle auto. 
Con invece la nevicata del 2015 abbiamo raggiunto il top e, come in uno scenario da Armageddon, Manhattan è rimasta isolata dal mondo per più di 24 ore. E così, mentre i cugini canadesi se la ridevano guardando la tipica cronaca live apocalittica di CNN, io guardavo sbigottita gli scaffali vuoti dei supermercati e i carrelli dei nuiokkesi strapieni di quelli che, a sentire loro, erano indiscussi generi di sopravvivenza, dai sacchettoni di chips alle confezioni XXL di biscotti farciti al cioccolato.

A Shanghai, tutto sommato, abbiamo trovato condizioni climatiche abbastanza simili, con decisamente più pioggia ma un inverno meno rigido. In compenso, l'elemento che è diventato parte integrante della nostra vita è stato l'inquinamento. Archiviati snowpants e giacconi imbottiti, ci siamo dotati di scomodissime mascherine anti smog, di purificatori d'aria ma soprattutto della applicazione sul telefono che ci teneva aggiornati sui valori dell'AQI, Air Quality Index.
L'allarme di solito scattava intorno ad un AQI 200; i bambini venivano tenuti in classe o a casa e si imponeva l'utilizzo dell'invisa mascherina che, oltre a far sudare, trasformava Shanghai nello scenario di un film di fantascienza.
C'erano genitori che non aprivano le finestre per mesi interi, convinti che altrimenti sarebbero morti. Io invece sapevo che ad uccidermi non sarebbe stato l'inquinamento quanto piuttosto un tassista.

L'arrivo al sole israeliano è stato davvero un toccasana. Da anni sostengo che il tempo, o mesegavir (condizione dell'aria) come lo chiamano da queste parti, sia una delle ragioni, insieme al mare e alla shakshouka (piatto con uova in camicia cotte nel pomodoro), per cui questo posto sia così holy.
Non ero, però, mai stata qui in gennaio se non una volta forse ma era l'inizio della mia relazione con Iduzzo e quindi vivevo ancora e solo d'amore. 
Ma questo gennaio è stato davvero un mese apocalittico soprattutto perché ci ha colti impreparati. Dal technicolor al bianco e nero in un lampo.
In diverse occasioni mentre timonavo la macchina su strade completamente allagate ho pensato che avrei incrociato Noè con gli animali.
La quantità d'acqua scesa con violenti temporali in queste ultime settimane è stata davvero impressionante. Se davvero si volesse annientare questo paese basterebbe semplicemente allagarlo. La rete delle infrastrutture sotterranee per lo meno della zona in cui viviamo noi credo che risalga a tempi biblici e, forse, andrebbe sistemata. Per ore, dopo un banale temporale, siamo rimasti senza energia elettrica; gli scarichi si sono intasati e ci sono state infiltrazioni in casa.
E per non farsi mancare nulla è arrivata anche l'influenza israeliana che, come ogni cosa in questo posto, è forte ed intensa. Ci siamo ammalati tutti insieme passandoci termometro e tachipirina mentre mia suocera ci preparava damigiane di chicken soup, pare l'unico vero rimedio contro i virus. Al terzo giorno solo l'odore del pollo mi faceva venire la nausea. Completamente priva di forze ho nutrito i miei figli altrettanto febbricitanti con barre al cioccolato che potevano facilmente recuperare negli scaffali bassi della dispensa senza il mio intervento.
Rimbalzata un paio di volte dal medico che, come una tossica, ho supplicato di prescrivermi l'antibiotico, ho delirato nel letto per qualche giorno prima di rimettermi in piedi. 
Siamo comunque sopravvissuti e, riposte con scrupolo medicine e borsa del ghiaccio, ma soprattutto rimesso in ordine una casa gestita, in mia assenza, da un Iduzzo volenteroso ma casinista ed inefficace, abbiamo finalmente cacciato il naso fuori casa. Ad attenderci, di nuovo quel tepore che ti accarezza ed abbraccia regalandoti frequenti scariche di intenso buonumore. Noè si è finalmente imbarcato e l'inverno è finito. 

PS : Per delle ragioni che sfuggono alla mia, già di per se limitata comprensione, il programma con cui scrivo ha deciso di rendere questo post simile ad un test oculistico. Approfittatene per misurare e verificare diottrie mentre io cerco di porre rimedio al problema :-)

Commenti

  1. ciao! era tanto che non ti leggevo! Dev'essere un punto in comune la nostalgia di..Shanghai! Anche per mia figlia è stato lo stesso! A parte ciò è sempre divertente leggerti.Qualche foto dei nani ,penso ormai meno nani, non guasterebbe. Un abbraccio. Cora

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    1. Grazie ! Prometto di postare presto foto aggiornata dei nani. E si, il mal di Shanghai esiste ! A presto !

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