Sapessi come è strano a Milano



Certe sere il cielo di Milano è di un blu intenso e, dalla finestra di quella che era la mia camera, spicca netta la sagoma del Duomo come se qualcuno l’avesse prima ritagliata e poi incollata sopra. In quelle sere quando la Madonnina da lontano sembra salutarmi con la mano, il mio spirito irrequieto da nomade perenne si calma e, in quella che rimane comunque la mia città, ritrovo pezzi della Anna che era.
Un’amica, al telefono, mi ha chiesto recentemente : “Ma Milano ti piace ancora ? Le vuoi ancora bene ?”. Chiaro che si. Io ho sempre amato Milano, la città in se, il contenitore di meravigliosi scorci, post, suoni ed odori.

Da sempre trovo Milano una delle più belle ed eleganti città europee. Una vecchia signora che ultimamente si è concessa anche qualche ritocco importante. Me la sono girata un po' durante l’ultimo break natalizio e sono tante ed importanti le nuove presenze del suo paesaggio urbano e architettonico.
Mi ricordo quando, all'epoca del liceo, si andava la sera in corso Como e, alla fine della strada, si apriva davanti a noi il paesaggio desolante dei binari della ferrovia che separavano il centro dal quartiere Isola.  Adesso è invece tutto collegato da un percorso che ha il suo perno in piazza Gae Aulenti, grande signora dell'architettura se non fosse per quella Piazza Cadorna che ancora digerisco a fatica. Come, del resto, la risistemazione della Darsena, luogo a me più caro perché parte del perimetro in cui sono cresciuta. Dopo tanti discorsi e progetti che un posto simbolico come la Darsena meritava, sono riusciti a tirarne fuori un qualcosa, nello stile e nei materiali, davvero anonimo e sciatto, fra un parcheggio dell'Esselunga ed un deposito ATM.
Convincenti o meno che siano, si tratta comunque di cambiamenti che mi restituiscono, ad ogni visita, una Milano diversa da quella che ho ormai lasciato una decina di anni fa e a cui reagisco, da un lato, con un certo orgoglio ed entusiasmo, dall’altro con un grande senso di disorientamento.

Quando si vive lontani ma soprattutto, come nel mio caso, in un perpetuo movimento da un posto all’altro, si ha l’illusione ma anche la vana pretesa che “a casa” nulla cambi. Quando torno mi aspetto sempre di trovare le cose esattamente come le ho lasciate come se, alla partenza, avessi schiacciato PAUSE e bloccato tutto in un fermo immagine. 
“Ma è morto il … ? - Ma si è sposata la … ? - Ma hanno avuto un altro bambino ? – Ma si sono trasferiti i …?” – “Si, non te lo avevo detto ? E ma con il fatto che non abiti più qui … io poi io mi dimentico.” Questa è la conversazione tipo con mia madre nelle prime 24 ore di permanenza a casa.
Quando ha chiuso il ristorante sotto casa ed il suo proprietario, dopo quasi trentacinque anni di lavoro, ha deciso giustamente di tirare i remi in barca e di vendere la baracca all’ennesimo ed inutile locale di cucina asiatica trendy, io me la sono presa moltissimo perché la sua chiusura significava anche l’archiviazione di una parte della mia vita, di tante sere in cui : “Sai cosa ? Non c’è nulla nel frigo. Scendiamo a mangiare dal Sig.Giovanni !”.
E di frigo vuoto non c’era solo il nostro ma anche quello di tanti altri residenti del quartiere con cui ci si conosceva sempre per vie traverse. Era un punto di ritrovo. Da piccola ci mangiavo con i cuscini sotto al sedere per arrivare al tavolo, poi senza e alla fine da mamma prima che in cucina spegnessero i fuochi per sempre e che il Signor Giovanni tirasse giù la saracinesca per un'ultima volta prima di inforcare la sua bici da corsa e tornarsene a casa.
Il suo ristorante non è stata l’unica attività a chiudere i battenti. Molti altri negozi storici sono spariti. Al loro posto una proliferazione di ottici da cui ho dedotto che la vista dei miei concittadini stia peggiorando di brutto e di negozi di abbigliamento.

Resiste, invece, con mia grande felicità, il colorificio sempre uguale, io credo, dagli anni sessanta ad oggi, e di cui io dovrei essere socia di maggioranza dato il patrimonio speso durante gli anni di università quando, ad Architettura, di computer ancora non si sentiva parlare e si disegnava a mano con la china sbavando, smadonnando, raschiando via l’inchiostro con le lamette, bucando i fogli di carta da lucido - altro che Delete !
A gestirlo una deliziosa famiglia che ho ritrovato anche quest’anno quando sono entrata per comprare dei pennarelli a Matteo. Felice di ritrovarli li ho storditi di : “Ma che bello che siete ancora qui – meno male che almeno voi resistete – qui è cambiato tutto tranne voi” fino a quando ho colto nei loro occhi un’espressione quasi di sgomento e credo che, da dietro il banco, cercassero disperatamente qualcosa di ferro a cui aggrapparsi per contrastare quelli che, da lodi e complimenti, avrebbero potuto presto trasformarsi in una sfiga atroce se non nell’ennesimo ottico al posto di matite e cavalletti.

Ho anche incrociato, per le strade del mio quartiere, tante facce conosciute. Vecchi compagni di liceo, gente che bazzicava Architettura, e ho notato con piacere che soprattutto i più carini, quelli dietro cui ai tempi si sbavava, oltre al fascino hanno perso i capelli e messo su peso.
Per il resto i milanesi, loro, sono sempre uguali. Atteggiati e nervosi ma sempre, o quasi, impeccabilmente vestiti si aggirano per la città in bilico sul sedile dei loro motorini in tinta con il casco.
In un pomeriggio di gennaio ho portato i miei figli a teatro a vedere il film Frozen ma con l’accompagnamento di un’orchestra dal vivo che ne eseguiva la colonna sonora. L’atmosfera era da Prima della Scala : i bambini vestiti da mini impiegati con la camicia Oxford, il pantalone di flanella e la scarpa stringata e le bambine con il vestitino di raso, il collant ricamato e le scarpe di vernice. Per non parlare dei genitori ma soprattutto delle madri fresche di parrucchiere, nei loro twin set di cachemire e ingioiellate. Noi, diciamo così, decisamente meno tirati, ma, grazie ai miei figli che depistano parlando inglese, mi gioco la carta "forse sono stranieri" e ci vengono risparmiati sguardi di disapprovazione.
Del resto Milano è indiscussa capitale di moda e di eleganza quindi c’è poco da fare si respira nell'aria e bisogna mantenere una certa reputazione. Ci si veste bene a prescindere dall’occasione o dal luogo. I milanesi sono impeccabili anche quando si tratta di andare al supermercato o all’aeroporto con la prospettiva di un lunghissimo volo transcontinentale. La scarpa deve essere quella giusta, di marca e, se possibile, dell’ultima collezione dedicata proprio all' Air-Traveller, con set di valigie in coordinato.

Trovo tutto ciò estremamente godibile da un punto di vista estetico, del resto l'occhio resta quello di un'autoctona, quanto ridicolo ed eccessivo. Ho rinunciato con piacere all’ansia delle firme, e all’omologazione per cui vedi le stesse cose addosso a tutti. Io non vivrò mai in un paese in cui non si possa scendere in pigiama per una veloce commissione. A Milano in questo caso interverrebbe la Buoncostume. Ben venga dunque l’assenza totale di un qualunque senso dell’abbinamento come qui a Shanghai dove nonostante spendano un sacco di soldi nell’acquisto di capi d’alta moda (la distribuzione di negozi di Gucci è capillare quanto quella delle panetterie a Milano), sembra sempre che siano appena usciti dall’outlet dell’Oviesse. Dalle macchine di lusso escono individui improbabili in tute di ciniglia fantasia e zoccoli con il pelo. A Milano rischierebbero il linciaggio ed il sequestro del veicolo.

A volte mi chiedo se la distanza con cui guardo ormai alla mia città e che mi permette di prenderla bonariamente in giro sia, in fondo, solo un pretesto per rassicurarmi sul fatto di avere fatto la scelta giusta, di essermene andata e di non poterci tornare più. Un meccanismo di difesa che il mio cervello mette in pista ogni volta in cui la nostalgia di suoni, odori e scorci familiari tenta di farsi largo.
Davanti a quel cielo blu serale, non appena sento emergere, improvviso, un intenso senso di calma e guardo le guglie del mio Duomo come se il tempo non fosse mai passato e fosse stato tutto solo un lungo sogno, ecco che, dopo una manciata di secondi, l’impulso è quello di scappare di nuovo e di tornare alla piacevole fatica di perdermi per le strade della città adottiva del momento.
Vivo quella che io chiamo la condizione del “TRA” o “IN-BETWEEN” ossia il trovarsi in una perenne transizione, sia fisica che emotiva, fra posti, culture e persone diverse non potendosi mai concedere ad alcune senza avvertire immediatamente la mancanza delle altre. Eppure in quel “TRA” io ho ormai trovato il mio posto, la mia casa.

           “When I visit (…) now, I feel at once like a native and a visitor. My home is no longer my home, but then again – yes, it is.” 
Lauren Elkin.




Commenti

  1. Bellissime parole. E da milanese cresciuta guardando il Duomo, mi sono venuti i brividi!

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  2. Descrizione meravigliosa e azzeccata di Milano...
    Dopo quasi 2 anni di vita da expat sono tante le cose che mi mancano di Milano Ma sono altrettante quelle a cui oggi non saprei più rinunciare... Singapore non è la Cina Ma anche qui apprendi un modo di vivere diverso, meno stereotipato. Uscire la mattina alle 7 per andare al supermercato in pigiama e flip flop non ha prezzo!!!
    Complimenti per il tuo blog!!! Mi sono ritrovata in tanti tuoi post!

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    1. Ciao Claudia, grazie del messaggio ! Abbiamo sicuramente tante cose in comune allora. Bella Singapore ! Ci sono stata qualche volta quando ero a Taipei e mi sembrava il Paradiso. Come ti trovi ?

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    2. Ciao Anna, diciamo che a prima vista Singapore sembra un paradiso a chiunque. Accadeva anche a me quando venivo qui da turista. Poi in realtà vivere qui inizialmente non è facile. A partire dal clima che ti disintegra. Il mio fisico inizia ad abituarsi adesso... se vuoi lavorare ti scontri con una burocrazia infernale che in questo momento è molto protezionista Verso i locals. Singapore è una repubblica Ma solo all'apparenza. Insomma non è semplicissimo Ma ha anche i suoi vantaggi. La criminalità è praticamente a zero. Crescere un figlio qui ti lascia più tranquilla (io Ho una figlia di 12 anni e qui ha una libertà che a Milano non potrebbe avere... ). Qui si vive con la porta aperta...
      la cosa per me più difficile da accettare è stata la totale assenza di sfumature. loro sono così... "programmati" per seguire una regola, una procedura. se chiedi una variazione Li metti in crisi... non sono capaci di pensare oltre e questo in tutti i campi....
      Ci sono delle situazioni in cui Li guardo e mi chiedo: Ma ce la fanno?!?! E la risposta è: No non ce la possono fare... sono stati cresciuti in questo modo... studiare tout court senza esercitare pensiero critico...
      per il resto cerco di prendere il bello di questo posto e di questa esperienza... che mi ha stravolto la vita Ma in fondo mi sta anche regalando tanto!!
      E come Ho scritto sopra uscire in pigiama e flip flop senza che nessuno ti guardi storto non ha prezzo!!! Un abbraccio forte
      P.s. Il gruppo delle milanesi expat andrebbe organizzato !!!! Pensiamoci :)

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    3. Eccomi ! Sempre puntuale e sul pezzo ... Leggo le tue riflessioni su Singapore e mi ci ritrovo. Credo che il "ma ce la fanno?" sia un commento molto comune fra gli occidentali in Asia. Anche qui la sensazione è che non ragionino, salvo rare eccezioni e in effetti come dici tu, sin da bambini, a loro viene insegnato tutto, tranne che a riflettere e a rielaborare tutte quelle nozioni ed informazioni che devono assorbire e memorizzare. Non so a Singapore ma qui i bambini sono iscritti a corsi per imparare a costruire con i Lego. Viva la creatività. E in un certo senso meno male che almeno quella non sono ancora riusciti a copiarcela :-))

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    4. Hahaha!!! Anche qui si organizzano corsi per bambini per tutto... quello del lego però mi mancava!!! Ma avendo una bambina di 12 anni forse non sono proprio sul pezzo!!! La prima cosa che qui mi ha colpito è la tendenza ad iscrivere i bambini a 750 corsi diversi.... fin da piccolissimi vengono super stressati... la scuola locale qui inizia alle 7.15 e termina circa alle 13. Poi i bambini vengono trascinati nei vari activity centers che spesso sono di supporto alla scuola. (Qui va forte un programma chiamato Kumon) Dopodiché rientrano a casa (stremati!) dove li attende spesso un tutor per i compiti. Mi sono sempre chiesta quando abbiano il tempo di giocare !!! Se poi consideriamo che molti di loro si alzano alle 5 per andare a scuola... ecco già da piccoli fanno una vita infernale!!!


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  3. Grazie Mammarch :-)) Dovremmo fare il gruppo delle milanesi in esilio !

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