Shiang-highs e Shiang-lows

Uno Shiang-high : la vista notturna dello skyline di Pudong

Di ritorno a Shanghai, siamo, io credo, gli unici, con i cinesi, a non essere abbronzati. Quasi tutte le mie conoscenze, provenienti dall'emisfero della forchetta, hanno lasciato la Cina, in occasione della Golden week, un congedo extra, retribuito, inventato dal governo cinese per permettere ai Cinesi di viaggiare e per rinforzare, in questo modo, il settore del turismo, e sono dunque tutti partiti per le varie riviere romagnole asiatiche, dall'indonesia alla Thailandia.

Noi, come sapete, abbiamo scelto Taipei e, sinceramente, non abbiamo rimorsi perché ci siamo divertiti e ne siamo emersi ricaricati. Persino Iduzzo che, già ad agosto, mi aveva prospettato l'idea di partire per il mare cristallino e le spiagge bianche e che io avevo condito via con un "vedremo" perché l'idea di risalire su di un uccello meccanico per altre svariate ore, almeno sei, mi faceva venire l'orticaria. Già quell'ora e mezza scarsa per andare a Taipei l'avrei evitata volentieri se solo ci fosse stato un traghetto, un ponte o un tunnel a collegarle.

A metà settembre, il mio scarso entusiasmo ma soprattutto i prezzi proibitivi ed i "fully booked" un po' ovunque, hanno fatto desistere il consorte che, poi, ha riconosciuto, come in molte occasioni, la genialità della mia controproposta.
Adesso mi sto preparando per novembre quando tornerà alla carica con i suoi mari tropicali per le vacanze del capodanno cinese in gennaio quando io, invece, voglio andare a tutti i costi in Giappone dove, tra l'altro, farà un freddo bisso. In caso estremo ci separeremo, non vedo altra soluzione e, nel caso, spero che l'affidamento dei figli lo diano a lui :-)

Il rientro a casa ha richiesto un paio di giorni di riadattamento alle solite scomodità quotidiane o, come li chiama il papà di un compagno di Tommaso, ai cosiddetti Shiang-lows. In effetti, mai come in questa città, io, essere umano già abbastanza dissociato di suo, scivolo continuamente, nell'arco di una giornata, da istanti di entusiasmo a momenti di profonda frustrazione e odio.
Quando passeggio per le strade alberate e, ad ogni angolo, scopro qualcosa di insolito ed affascinante perché così diverso dal mio "lessico familiare", lo osservo e lo assimilo, sono colta da una sensazione di benessere e di appagamento paragonabili all'effetto di una droga o di una semplice canna. Questo è uno Shiang...high e, sinceramente, questa città, a chi la osserva senza troppi pregiudizi, ne regala parecchi. Poi, però, mentre sei perso nella poesia di una piccola stradina o di un vecchio edificio coloniale alle cui finestre sono appese mutande e magliette variopinte, l'aria intorno a te si increspa e lo senti arrivare da quando comincia a prendere forma nel gozzo dello sconosciuto che ti sta passando di fianco, con il consueto e fastidiosissimo rumore fino a vederlo schizzare fuori dalla bocca di costui e terminare la sua breve esistenza spiattellato sul marciapiede a pochi centimetri dalle tue scarpe. E' lo sputo o scaracchio e, nell'arco di una giornata, ne scampi almeno una ventina. 
Sono per lo più gli uomini ad espellere grumi di saliva senza sosta anche se, talvolta, mi è capitato di vedere delle donne. Il perché di quest'abitudine che, come Facebook, il governo cinese dovrebbe bandire perché davvero disgustosa, io lo ignoro ancora, ma proseguirò le mie ricerche. Un'altra curiosità che ho è capire perché, ma questo succede anche a Taiwan, gli uomini si facciano crescere molto lunga l'unghia del pollice della mano destra.

Tuttavia, sputi a parte, lo Shiang-low più grande resta la difficoltà di comunicazione e l'assoluta mancanza di intuito dei locali anche solo per interpretare un gesto banale quando, a voce, lo scambio risulta davvero impossibile. Io non mi aspetto che qui la gente parli inglese, intendiamoci, anche perché vengo da una città come Milano dove anche persone con una discreta educazione non vanno oltre al "the cat in on the table" e, certo, non faccio come molte expat, soprattutto americane, che si rivolgono al personale di attività commerciali come se fossero ancora nel Midwest. 
Al contrario, quando cerco di spiegare qualcosa, p a r l o  p i a n i s s i m o  s c a n d e n d o  o g n i  p a r o l a, sentendomi spesso anche un po' deficiente. Se, dall'altra parte, colgo un encefalogramma piatto, estraggo il traduttore, cerco il termine in cinese e lo mostro al malcapitato anche se, quando si tratta di un concetto, la cosa si fa un po' più spessa.

L'episodio più divertente anche se al momento avrei voluto buttarmi a terra e pestare i pugni sul pavimento, se non addirittura strangolare il mio interlocutore, è successo un paio di settimane fa quando ho avuto la buona idea di scendere nell'ufficio del management del compound dove vive per chiedere se, in garage, ci fossero delle prese a cui attaccare il cavo della batteria del mio motorino che, come la maggior parte qui a Shanghai, è elettrico. 
Del resto  si sa che i cinesi ci tengono all'ambiente ... e gli scooter di oggi altro non sono che gli eredi delle famose biciclette, una delle prime cose che mi aveva colpito quando guardavo, da piccola, immagini della Cina.

Davanti a me, Jason, un ragazzone molto simile nelle fattezze a Papà Pig (chi ha dei bimbi piccoli capirà) che, non appena ho varcato la porta, ha strabuzzato, per quello che poteva ovviamente, gli occhi attraverso le lenti di mini occhialini tondi : Cacchio, come dice Lady Ariberth, e questa occidentale cosa vorrà mai da me ? 
Il disagio era comunque reciproco perché, dopo un rapido scan del mio interlocutore, già sapevo che non ne sarei uscita a breve.
Nel mio inglese al rallentatore, gli ho dunque chiesto :

H I -  D O   Y O U  K N O W  IF  T H E R E  IS  A  P L A C E  I N S I D E  T H E G A R A G E  W H E R E  I C A N C H A R G E  M Y S C O O T E R ? 

accompagnando il labiale con il gesto della mano chiusa a pugno che ruota avanti e indietro a mimare la classica accelerazione da motociclo ma, Papà Pig mi era già andato in palla non appena avevo aperto bocca. 
Mi sono dunque risparmiata il secondo mimo ossia quello del piede che dà il colpetto per l'accensione con il pedalino apposito e mentre stavo per estrarre il cellulare dove consultare il santo traduttore, ho visto illuminarsi il viso del mio interlocutore :

NOW CALL PHONE COLLEAGUE - YOU TALK

Da cui ho evinto che mi avrebbe fatto parlare, al telefono, con qualcuno che capiva l'inglese che gli avrebbe poi spiegato, in cinese, che cosa caspita volessi da lui da quasi una ventina di minuti.
E infatti parlo con una gentilissima signorina che mi congeda con una serie ripetitiva di "ok,ok,ok,ok" dal che deduco di essere giunta finalmente al traguardo.
Ripasso il telefono a Papà Pig che, a sua volta, con una lunga serie di 'Hao,hao,hao,hao" saluta la collega e mi guarda con aria trionfante :

NOW UNDELSTAND

A questo punto si gira, ravana per qualche secondo in un cassetto e cosa ne tira fuori ? Un cavetto per ricaricare l'iphone che mi porge educatamente.
In quel preciso istante, io riconosciuta dai più come persona calma e bilanciata, 
avrei preso quel cavetto e gliel'avrei stretto forte intorno al collo. Ma secondo teeeeeeeeeeeeeeee ? Io sono qui da ormai quasi un'ora per un maledettissimo cavo del telefono ? Ma soprattutto quella cretina della tua collega cosa caspita ha capito ?
Il problema è che, anche quando non ti capiscono, non sono programmati per contrariarti e spiattellarti un secco NO, I DONT UNDERSTAND e quindi ti condiscono via con un YES o un OK. Quando parli con loro a voce, capisci guardandoli negli occhi che ti stanno mentendo ma al telefono è più difficile. D'ora in avanti solo video chiamate.

Mi controllo e restituisco il cavetto cosa che getta Papà Pig nella disperazione ma non lo mollo, faccio un ultimo tentativo con il traduttore che, però, dato un Internet lentissimo, non mi funziona e alla fine estraggo il taccuino. Alla richiesta di una penna per disegnare uno stramaledettissimo motorino, mi va di nuovo in tilt perché, ovvio, non capisce che cosa io stia per fare e forse teme che stia per scrivere una nota di demerito da consegnare al suo capo.
Però è la svolta perché finalmente i suoi neuroni si connettono e, con un 'hao', mi risponde : 

NO, NO PLACE CHALGE GALAGE

Madida di sudore, infilo la porta e me ne vado. Se avessi avuto una sigaretta fra le mani, quello sarebbe stato il momento in cui, alla veneranda età di 41 anni, mi sarei data volentieri al fumo. 
Mi dirigo allora in garage dove ad uno dei custodi che, fortunatamente, proprio in quel momento se ne stava andando a casa a cavallo del suo motorino, ripropongo il quesito e questa volta, puntando con l'indice il suo scooter e mimando con l'altra mano il gesto del cavo da infilare nella presa, ho fortuna e il malcapitato mi capisce all'istante e mi fa cenno di seguirlo. A qualche metro di distanza mi ritrovo in uno stanzone pieno di prese al muro e di motorini parcheggiati in carica. Finalmente, dopo quasi un'ora, avevo risolto l'enigma della giornata.

Non è che a Taipei mancassero episodi del genere ma non erano quotidiani. Lo staff dello stabile dove abitavo parlava ma soprattutto capiva l'inglese e, quando c'era un problema un attimo più complesso da gestire, si attivava per risolverlo con una disponibilità talvolta eccessiva. 
Mi ricordo di quando si sono presentati in due per spiegarmi come utilizzare le diverse funzioni del nostro wc intelligente, offrendosi anche di applicare degli adesivi ai pulsanti con la traduzione dei comandi in inglese.
E sei anni dopo ho trovato che, a Taipei, l'inglese sia molto più diffuso fra la gente, a partire dai taxisti. 
Persino Melody, la prima maestra di Matteo, ai tempi, mi aveva fatto penare sottoponendomi a micidiali riunioni di classe solo in cinese o che per comunicarmi qualsiasi cosa ricorreva al fidanzato, ora marito, cresciuto negli Stati Uniti, un minimo di British Council nel frattempo l'ha fatto.
Ma sarebbe ingenuo paragonare la piccola Taipei alla gigantesca Shanghai e alla Cina che, non ce ne dimentichiamo, è il paese più popolato al mondo, anzi un vero e proprio mondo a se stante. Qui il problema non sono loro ma io che il cinese non lo parlo ... ancora.
Ci vuole solo una buona dose di pazienza e, all'occasione, una confezione di tranquillanti. Per il resto, ad ogni Shiang-low si rimedia con uno Shiang-high, un po' come lo Yin e lo Yang, e così adesso, invece di deprimermi, parto a cavallo del mio motorino, finalmente carico, alla scoperta di nuovi angoli della città dove perdermi, sorprendermi ed innamorarmi fino, è ovvio, al prossimo sputo.











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