Diamoci un taglio

Tanto inchiostro, anzi più che altro polpastrellate sono spesso spese nello sottolineare le problematiche delle mogli expat, dal disorientamento alla depressione passando per la nostalgia, il senso di annullamento, la tensione e, a volte, il divorzio tout court.
Non si parla mai, però, di un problema molto più grande da risolvere e che si ripresenta puntuale ad ogni nuovo cambio di destinazione : la scelta del parrucchiere. Per anni seconda in lista dopo quella del pediatra, domina la classifica ora che i bambini sono più grandi ed io meno ansiosa.
E francamente, guardandomi in giro, credo che non si tratti solo di un mio problema. Le colleghe expat le riconosci proprio dall'assenza prolungata di una forbice e di una tinta. Quelle che arrivano con un taglio corto, come la sottoscritta, tempo qualche mese si aggirano con in testa una specie di "mocio"  spesso costretto in mollettine, fasce e congegni vari, quelle invece che portano il capello lungo, hanno code di cavallo lunghissime quasi fino a terra oppure trecce impostate da ingegneri. Sorvoliamo sulle ricce.

La verità è che non è facile affidare la propria chioma al primo sconosciuto senza temere il peggio. E non solo. La tecnica di taglio e piega varia enormemente da paese a paese quindi anche i nostri capelli possono vivere un vero e proprio shock culturale.
Io, per esempio, mi sono trovata benissimo in Asia. A Taipei, avevo esitato diversi mesi prima di entrare da un parrucchiere anche perché ancora fedele al mio di Milano. Poi la situazione si era fatta talmente grave che mi ero decisa e, chiedendo in giro alle colleghe che mi sembravano messe meglio, avevo scelto la mitica Selina. E' stato un incontro che mi ha cambiato la vita. Non solo è riuscita ad individuare lo stile di taglio che non ho più abbandonato da ormai sette anni ma mi ha anche suggerito, in futuro, di affidarmi soprattutto a parrucchieri asiatici per il tipo di capello molto simile a quello orientale. 

Ho seguito il suo consiglio a Montreal, affidandomi alla sexy Igaia, parrucchiera filippina eccezionale nonostante l'apparenza trasandata del negozio in cui lavorava. 
I tempi di permanenza per un taglio, già lunghi con Selina, da Igaia erano interminabili perché, precisissima, affrontava capello per capello, mentre cicalecciava in tagalo con un gruppo di filippine che, stravaccate su divanetti di pelle sgualcita, commentavano live taglio e risultato.
A New York ho avuto invece qualche difficoltà. I saloni dei parrucchieri a Manhattan incutono soggezione non solo per i prezzi ma anche per l'organizzazione. Come da Starbucks, troppe sono le decisioni che devi prendere prima di poterti bere un caffè (la dimensione della tazza, tipo di caffè, tipo di latte, tipo di zucchero etc) oppure, in questo caso, farti un taglio : vuoi svuotare il conto in banca e affidarti al capo bottega oppure salvare qualche spicciolo e scegliere un apprendista con il rischio poi di spendere il resto in alcol per un taglio mal riuscito ? e lo shampoo, e la crema, e il balsamo ? ma soprattutto vuoi anche la messa in piega ? Si perché, almeno nei parrucchieri che ho consultato io, la messa in piega è un extra. In teoria puoi uscire con i capelli bagnati oppure, come mi è successo una volta, ti mettono in mano un asciugacapelli dicendo "fai tu!".

Per mesi ho temporeggiato. Nella testa ancora il monito di Selina "trovati un parrucchiere asiatico" e così cercando su internet ne ho trovato uno giapponese tra l'altro non lontano da casa, più o meno all'altezza della Columbia University.
Ho così riscoperto, con un certo sollievo, la lentezza a cui ero abituata ma, dopo la tinta, sembravo la protagonista di un manga. L'oscurità del posto, peraltro molto studiata, non consentiva di avere una reale percezione della gamma cromatica dei colori e per questo, una volta uscita, mi sono accorta di essere diventata praticamente bionda. Non sarebbe stata l'ultima volta.
Con grande sconforto ho capito che avrei dovuto cercare altro ed è così che mi sono imbattuta in Kathy, la parrucchiera violinista della 83ma strada, colei che mi ha ridato fiducia nel talento degli occidentali.
Da lei i tempi di permanenza si sono ridotti ma sarei rimasta molto volentieri a chiacchierare più a lungo del suo passato da violinista e dei suoi viaggi, nonostante le foto improbabili che scorrevano sullo schermo di un ipad posizionato vicino alla cassa. Il suo negozio era piccolo ma così nuiokkese che anche una stupida spuntatina assumeva caratteri cinematografici.
Chissà se si è mai chiesta che fine avessi fatto. L'ho lasciata senza dirle niente ma sono sicura che ci rivedremo.

La stessa domanda se la sarà fatta anche Sean, l'hairstylist che ho, invece, pescato per caso a Shanghai. Un giorno per caso una sconosciuta ha postato in uno dei tanti gruppi su wechat il contatto del suo parrucchiere taiwanese ed io ho colto la palla al balzo. Uno di quei chiari segnali da cogliere al volo che, come in un videogame, ti fanno accumulare punti ma anche avanzare di livello. Del resto io la vita la vedo un po' così, già scritta e pianificata da un abilissimo programmatore, con diversi finali a seconda delle scelte fatte durante il percorso.
Ho preso appuntamento con Sean nel negozio dove ha lavorato fino ad un paio di mesi fa, molto chic e frequentato dalle sciure bene di Shanghai. Esattamente agli antipodi di quello un po' sgangherato e spartano di Montreal. Sono entrata con la certezza che mi sarei fermata poi a lavare e a piegare gli asciugamani per saldare il conto e invece ho trovato i prezzi, soprattutto per taglio e messa in piega, assolutamente allineati se non addirittura meno cari di New York e Milano.
Davanti a me, anzi dietro, un giovane ragazzo con giubbotto di pelle, jeans attillati, stivali, occhialini cerchiati d'oro e ciuffo ribelle che, con costanti quanto inutili sterzate di collo, cercava di evitare che gli cadesse sull'occhio destro. Bravissimo. Nonostante l'inglese un po' approssimativo ci siamo capiti all'istante, ecco magari meno sul colore, e non ha sbagliato un taglio, mentre mi raccontava anche della sua esperienza in televisione come hairstylist per un famoso reality show locale. I tempi di permanenza si sono ovviamente allungati di nuovo ma con tante piccole attenzioni di cui solo gli asiatici sono capaci. 
Allo scadere della prima ora, mi allungava puntuale un cavo per ricaricare il cellulare seguito da un cappuccino e biscottini. Le prime volte ho temuto che saremmo arrivati a cena ma, in media, dopo tre ore, ero congedata.
Quando si è presentato ad un appuntamento in ritardo di dieci minuti, non solo ha chiamato per avvertirmi ma mi ha offerto mezzora di massaggio alla testa.

Poi sono arrivata a Tel Aviv ed è tutto cambiato di nuovo. Il parrucchiere israeliano ha tendenzialmente un aspetto tamarro. T-shirt stropicciata, shorts, infradito, barba incolta e capello tinto male sembrano essere di moda fra gli esperti del settore. Ne ho vigliaccamente testato qualcuno sui miei figli ancora abituati, come me, ad avere cinque lavoranti cinesi che massaggiavano e lavavano la loro testina prima di essere sottoposti a due ore di forbici e clipper.
A Tel Aviv, il primo parrucchiere li ha schiaffati su una poltroncina e bloccando con il palmo di una mano la loro capa, con l'altra li ha rasati in 7 minuti netti. 
Niente talco per pulire il collo ma un bel colpo di asciugacapelli, sollevando una nuvola di peli che si è depositata a pochi centimetri di distanza da dove ero io con pantaloni di lino bianco.
"AT LO ROZA ? (tu non vuoi ?) mi ha chiesto, alludendo ad un eventuale trattamento per la sottoscritta mentre continuava a scuotere teli strapieni di crine, "LO TODA (no grazie)" e sono fuggita.

Rinunciando all'intuito e al caso, ho cominciato a chiedere in giro e soprattutto in famiglia. La cosa, però, non ha sortito un grande effetto. Mio suocero è calvo, mia suocera porta i capelli rasati e si rapa in casa, mia cognata non credo vada mai dal parrucchiere. Alla fine un contatto me l'ha passato mio cognato specificando però che si trattava di un amico bravissimo ma del tipico parrucchiere delle 72 ore, nuovo concetto che mi è stato spiegato così : "quando ha finito vuoi morire e ucciderlo ma dopo 72 ore ti rendi conto che ha fatto un buon lavoro."  Ok, passo.

Sfiduciata, mi sono rivolta a Internet fino ad imbattermi nelle recensioni di un salone a Tel Aviv che sembrava fare al caso mio. Clientela internazionale, staff medio tamarro e un bel negozio in uno dei miei quartieri preferiti. Prima di prendere appuntamento sono andata a fare un sopralluogo. Ad accogliermi un gentilissimo ragazzo gay che con un inglese perfetto si è appuntato sull'agenda la data del mio debutto.
Sarei dovuta andare da loro il giovedì mattina seguente alle nove e mezza del mattino. Abituata al passato mi sono tenuta la mattinata libera da altri appuntamenti. Alle dieci avevo già finito. Jonathan, uno stecco di uomo sulla quarantina, originario dello Zimbawe ma in Israele da trent'anni, con una t-shirt sgualcita, dei pantaloncini jeans con risvolto ma, tocco chic, al posto delle consuete infradito, un paio di All-Star in pelle, mi ha capita al volo e, senza troppe chiacchiere, congedata in tempi record. Pronta psicologicamente ad attendere le famose 72 ore, sono invece rimasta subito soddisfatta.
Stessa rapidità anche per il colore di cui si è occupato Zion, un altro parrucchiere più vicino a casa e già testato con successo da due amiche. 
Dall'aspetto più burbero di Jonathan ma altrettanto taciturno, ha esaminato la situazione cromatica disastrosa del mio crine e, senza farmi troppe domande, impugnando un pennello, ha applicato la tinta con la stessa grazia con cui un muratore schiaffa la calce su un muro. Solo alla fine, si è complimentato con se stesso per il risultato, rivolgendomi un NOW YOU LOOK NICE che, francamente, ancora adesso a due settimane di distanza, non saprei come interpretare.
Una cosa però è certa. Trovato non uno ma addirittura due parrucchieri, la mia vita in Israele sarà solo in discesa.




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